© Articolo estratto dal libro di Daniele Trevisani “Self Power. Psicologia della motivazione e della performance”. Franco Angeli editore, Milano. Pubblicato con il permesso dell’autore.
Cosa significa essere coraggiosi? Significa andare a spegnere un incendio buttandosi tra le fiamme? Dipende… Se ci si butta tra le fiamme sapendo cosa si sta facendo e con un’attrezzatura adeguata (respiratori, tute), per un pompiere addestrato, probabilmente si sta accettando una sfida che rientra nel proprio campo professionale.
Per una madre o padre che lo facciano senza attrezzature per salvare un bambino, il grado di coraggio necessario è fondamentalmente superiore.
Andare a caccia di fagiani o lepri con un fucile moderno e a colpi multipli, aiutati da uno stormo di cani affamati e sparare ad una creatura indifesa e cento volte più piccola di te, che non potrà farti niente in risposta, non è un esempio di coraggio, piuttosto vigliaccheria. Affronta un leone con solo un coltello e vediamo se sei invece coraggioso. Quello si. Allora chiamati cacciatore, non prima,
Il coraggio è una relazione tra (1) il proprio senso di autoefficacia – le operazioni che rientrano nell’ambito di ciò che sento alla mia portata e (2) la percezione sulla natura del pericolo o della sfida o dell’obiettivo.
La Linea del Coraggio

Il coraggio è sempre condizionato dalle percezioni.
Se sento un basso livello di autoefficacia, e non mi alleno a riconoscere le mie vere risorse, il coraggio verrà soffocato dalla paura.
Allora, un grande lavoro allenante sul coraggio deve portarti a (1) riconoscere le tue risorse vere e soprattutto quelle che puoi allenare, (2) leggere le sfide e obiettivi con occhi più lucidi senza amplificarle (e senza sottovalutarle, ma questa competenza è altra rispetto a quanto stiamo affrontando ora).
Marinoff evidenzia che “la paura è una delle emozioni più potenti contro le quali ci troviamo a combattere, quindi se sei in grado di dominare la paura, sei anche in grado di controllare le altre. Conquistare la paura non significa necessariamente smettere di provare paura… [1]“.
Il senso della conquista è il “dominio” della paura, non la “mancanza di paura”. Sentire la paura, ma gestirla e andare avanti verso le proprie paure è una grande forma di performance.
Guardarla in faccia e andare avanti comunque, è coraggio.
Chi pensa che una persona coraggiosa non abbia paura sbaglia. Una persona coraggiosa fa un calcolo della probabilità di successo e decide di entrare in un’azione anche con una probabilità di successo che non sia il 100%. Allo stesso tempo non accetta azioni in cui vi sia certezza di morire, in quanto quello non è coraggio, ma stupidità (a meno che non vi sia per salvare una vita).
Una persona coraggiosa e allenata, oltre ad accettare sfide e obiettivi non certi, poco prevedibili, ha anche allenato finemente la propria lucidità nel capire quali sono le proprie risorse vere, liberandosi da mostri psicologici quali ansia, depressione, apatia, e autosvalutazione.
Allo stesso tempo, ha allenato la capacità di leggere correttamente un pericolo e una sfida, per quello che realmente sono: una serie di operazioni che possiamo imparare a dominare, allenandoci.
Per cui il coraggio di parlare in pubblico, arriva, man mano che ci alleniamo, e sentiamo salire le nostre competenze, man mano che capiamo che quel pubblico può fare qualsiasi cosa ma questo non cambia il nostro valere, e man mano che sentiamo venire meno il timore di essere giudicati, e il dovere assurdo di fare una performance assoluta, perfetta.
Le energie si liberano quando ci liberiamo da un perfezionismo inutile che ci vuole sempre al massimo assoluto e non ci permette di vivere una situazione per come siamo, senza obblighi di performance forzate, e ci lasciamo andare.
Il coraggio di salire su un ring, per un combattente, arriva nel momento in cui sente che l’idea di perdere non cambierà il suo vero valore umano, ma sarà una tappa del suo lungo percorso di crescita personale. Arriverà anche quando aumenta la coscienza di tutto il lavoro fatto per prepararsi, di tutte le risorse che sappiamo mettere in campo, e del fatto che l’altro è un umano anche lui.
Crescerà quando ci liberiamo dall’ansia del chiederci “cosa penserà il pubblico di me” e viviamo la gara come un nostro test personale di vita, un esperimento puro, e un momento di gioia e felicità anziché uno stress. Allora le performance si liberano, la vita fluisce, l’ansia sparisce e lascia il posto ad una serenità interiore che permette alle persone di essere il massimo di quanto il loro potenziale concede loro.
Il coraggio arriva quando riusciamo ad esprimere il “nostro” modo di essere, senza per forza fotocopiare i modelli visti in giro, dai genitori, da maestri e insegnanti precedenti senza fare filtro cosciente. Un filtro che lascia passare il meglio e lo accetta, è produttivo, non è una diga cieca, ma un “lasciapassare” per il buono e allo stesso tempo riconosce gli errori e va oltre, non li lascia entrare.
La responsabilità del filtrare il bene e lasciare fuori il male è nostra, e più ci alleniamo a farlo, meglio lo faremo.
Siamo costretti ad ereditare i geni dei genitori, ma non le loro imperfezioni morali. Lou Marinoff
[1] Marinoff, Lou (2005), Le pillole di Aristotele, Piemme, Alessandria (5° edizione).
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