© Articolo estratto dal libro di Daniele Trevisani “Self Power. Psicologia della motivazione e della performance”. Franco Angeli editore, Milano. Pubblicato con il permesso dell’autore.
Le società occidentali hanno adottato con grande fervore la “cultura dei risultati”, la crescita senza limiti, la vittoria ad ogni costo (nello sport, sui mercati, nella vita), senza adottare una adeguata “cultura delle persone”.
Il risultato può essere solo una grande frustrazione e delusione. Persone che danno il massimo di sé, per essere poi spremute come limoni da ingranaggi di organizzazioni per le quali potresti morire domani se solo fossi sostituibile.
Se sei un limone, tieni un pò di succo per te… non si sa mai… tieni un po’ di energie per il tuo esercizio fisico perché quando sarai morto un altro imbecille farà i tuoi stessi errori e vorresti dirgli di non farlo, ma non puoi più.
Far crescere le persone, valorizzarle, tirar fuori il meglio senza scadere nel buonismo fine a se stesso, ottenere risultati ma considerare il lato umano, è la sfida più dura.
Le Performance richiedono lavoro, manutenzione e impegno, in quanto vanno incontro ad un naturale stato di decadimento, riconducibile tecnicamente al concetto di “degrado entropico”.
Le forze naturali e sociali sono in genere in agguato e portano ad un aumento dello stato di confusione e caos (entropia).
L’entropia è errore latente ed è ovunque. Subentra in una semplice scrivania, in cui le carte si mescolano e si confondono se non ordinate periodicamente, in un giardino (in cui tendono a crescere erbe non volute se non curato), nell’auto (che senza manutenzione prima o poi si rompe), e nelle organizzazioni (che senza analizzare dove vogliono dirigersi finiscono per arenarsi). Accogliere l’entropia significa mescolarsi al caos e rimanere efficienti comunque, e pochi sanno farlo.
L’entropia tocca anche le persone e la comunicazione, senza dialogo profondo di confronto con altri, e senza introspezione, le persone possono perdere i propri riferimenti e perdersi.
Subentra anche nei contesti di competizione. Ad esempio, è più facile che i concorrenti di una gara atletica sia di anno in anno più forti piuttosto che più deboli (una progressione statistica dimostrabile in ogni disciplina, dai 100 metri all’apnea, al sollevamento pesi). In azienda, è più facile che i competitors si facciano più aggressivi piuttosto che abbandonino un mercato appetibile e interessante (soprattutto in epoca di globalizzazione).
Anche sul piano personale, l’aumento dell’età – già a partire dai 20-22 anni, produce – se non contrastato da un lavoro attivo sul corpo – una diminuzione fisiologica di molti parametri, dalla massa magra muscolare sino alla flessibilità articolare, e questo tocca anche l’elasticità mentale. Senza un lavoro allenante e continuativo il degrado non ha freni né barriere.
Coltivare le perfomance significa quindi mettere mano alla volontà di crescita e non lasciare i propri risultati al caso, alla fortuna, nelle mani del destino o delle forze avverse. Questo comprende una forte presa di coscienza, atteggiamento combattivo, coraggio di avanzare, volontà di lotta ed emancipazione per un fine positivo.
Cercare, ricercare, voler esplorare, è il senso ultimo delle performance ben radicate. Quando questa attività si abbina alla passione, le performance diventano spontanee. Questo vale nella musica, nell’arte, nella scienza, nello sport, nel management.
La ricerca della perfezione, o meglio, del miglioramento, può trasformarsi da noia, tedio, sofferenza, a piacere, gusto dell’esplorazione, gioia di scoprire.
Le performance chiedono a tutti di usare lo stesso atteggiamento di piacere esplorativo e scoperta, qui esposto da Bob Marley in campo musicale:
La cosa che rende la musica bella è che non raggiungi mai la perfezione. Così ogni sera mi chiedo: come affronterò quel brano? Come posso renderlo al massimo? Qualche volta qualche cosa va storto così devi riprovarci.
Un giorno scopri qualcosa di nuovo, un nuovo feeling. È bello.
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